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Alla EnoLibreria Chourmo, dal 11 aprile 2026 al 27 aprile 2026, arriva “Beyond Borders”, la mostra fotografica di Giulio Di Meo che racconta l’esperienza umana e professionale dell’ONG Patologi Oltre Frontiera nel Corno d’Africa, con un focus particolare sul tema della salute e del diritto alla cura.
L’inaugurazione è prevista per sabato 11 aprile alle ore 18.00 presso l’EnoLibreria, in via Imbriani 58, e sarà seguita dalla presentazione del volume fotografico Beyond Borders (edizioni Pendragon), con la partecipazione dell’autore. Un viaggio nel cuore del Corno d’Africa, tra fragilità e speranza, tra difficoltà quotidiane e nuove possibilità di crescita. Beyond Borders è un racconto per immagini che documenta il prezioso lavoro della ONG Patologi Oltre Frontiera, impegnata da oltre un decennio nel migliorare l’accesso alla diagnostica oncologica e alla medicina preventiva in una delle aree più complesse del mondo. Attraverso l’obiettivo di Giulio Di Meo, le fotografie ci guidano tra le strade di Gibuti e del Somaliland, mostrandoci la precarietà dei sistemi sanitari locali, ma anche la tenacia e la dedizione di medici, tecnici e operatori sanitari che lavorano per garantire cure e prevenzione. Il racconto non si ferma agli ospedali: le immagini restituiscono un ritratto più ampio della vita quotidiana di queste comunità, rivelando le difficoltà di accesso all’acqua, all’istruzione, al cibo e ai servizi essenziali. Le fotografie di Di Meo raccontano non solo l’impegno della cooperazione sanitaria, ma anche le privazioni, le sfide e la resilienza delle persone che vivono in questi territori. I volti dei pazienti, le mani operose dei lavoratori, le strade polverose e le abitazioni modeste narrano di un contesto segnato da difficoltà economiche e sociali, ma anche dalla determinazione di chi, ogni giorno, affronta la vita con dignità e speranza. Dalla recente overview intitolata Cancer in sub-Saharan Africa, commissionata dalla rivista “The Lancet Oncology”, appare evidente che esiste ormai un allarme cancro nell’Africa subsahariana. Anche se attualmente l’incidenza del cancro è simile a quella riscontrata nei Paesi europei e nordamericani, nei prossimi vent’anni il numero dei casi è destinato a raddoppiare, arrivando a circa 1,4 milioni l’anno. I morti di tumore nei Paesi africani al sud del deserto potrebbe così raggiungere la cifra di 1 milione, circa il doppio dei 520 mila registrati nel 2020. In questo scenario, la telepatologia si rivela una rivoluzione: la possibilità di trasmettere immagini istologiche a distanza per una diagnosi più rapida ed efficace offre nuove opportunità per la sanità locale, colmando in parte il divario con il resto del mondo. La tecnologia, unita alla formazione del personale locale, rappresenta un primo passo verso un accesso più equo alle cure mediche. Beyond Borders non è solo una testimonianza, ma uno sguardo autentico sulla vita in due Paesi che fanno i conti con un passato complesso e affrontano un presente di sfide, ma anche di piccole conquiste e speranze di cambiamento. Questa mostra è un invito a guardare oltre i confini, oltre le difficoltà apparenti, per scoprire la forza di chi, giorno dopo giorno, costruisce un futuro migliore. La serata sarà anche l’occasione per presentare il nuovo gruppo territoriale di Witness Journal Parma, nato per portare sul territorio lo sguardo, i valori e le pratiche della fotografia documentaria e sociale che da anni caratterizzano WJ. I gruppi territoriali rappresentano infatti uno spazio attivo di partecipazione e progettazione, ma anche una cassa di risonanza per la rivista e le attività nazionali: luoghi in cui fotografi e fotografe possono incontrarsi, organizzare mostre, workshop, corsi e sviluppare progetti capaci di coinvolgere comunità, associazioni e realtà locali. Un modo concreto per costruire, anche a livello locale, un giornalismo “dal basso”, aperto e condiviso, che da sempre è al centro dell’esperienza di Witness Journal. Inaugurazione: Sabato 11 aprile 2026, ore18.00 Luogo: EnoLibreria Chourmo – Via Imbriani 56, Parma
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APOF in Malawi per rafforzare la diagnosi oncologica femminile: avviato il progetto “The NET”3/3/2026 Si è conclusa in Malawi la missione inaugurale del progetto “The NET – Rafforzamento della governance per la prevenzione oncologica femminile e la salute della donna”, che vede l’Associazione Patologi Oltre Frontiera tra i partner tecnico-scientifici del partenariato coordinato dal Comune di Perugia e finanziato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) attraverso l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS). Il progetto, attivo nel distretto di Blantyre per i prossimi 36 mesi, coinvolge istituzioni umbre, aziende sanitarie, organizzazioni della società civile e partner malawiani: Comune di Perugia, capofila del progetto, insieme a Regione Umbria, Felcos Umbria, USL Umbria 1, USL Umbria 2, dipartimento di Salute del distretto di Blantyre, Peace and development trust, Breast cancer and care foundation, Patologi Oltre frontiera, fondazione Albero della vita, associazione Amici del Malawi, SottoSopra e TeamDev. Il coordinamento è affidato al Comune di Perugia attraverso l’ufficio Progetti europei e relazioni internazionali, con il supporto tecnico e operativo di Felcos Umbria. APOF ha partecipato alla missione con il proprio Presidente e con la Responsabile Amministrativa, contribuendo agli incontri istituzionali con le autorità sanitarie locali e alle visite operative nei Centri della Salute del territorio. La presenza sul campo ha rappresentato un momento fondamentale per definire le modalità di avvio delle attività diagnostiche che l’associazione seguirà nei prossimi anni. All’interno del progetto, APOF contribuirà al potenziamento della diagnostica citologica attraverso la formazione del personale sanitario locale, l’avvio di sistemi di telepatologia per la condivisione dei casi e la second opinion a distanza, e il supporto tecnico ai programmi di screening, con l’obiettivo di migliorare la qualità della diagnosi precoce. Il progetto “The NET” punta a rafforzare la governance sanitaria e ad ampliare l’accesso ai servizi di prevenzione oncologica femminile, promuovendo campagne di vaccinazione HPV e programmi di screening per le donne e le ragazze del distretto di Blantyre, anche attraverso l’impiego di cliniche mobili nelle aree rurali. La missione inaugurale – culminata con l’evento pubblico di lancio del progetto – ha permesso alla delegazione italiana e ai partner malawiani di condividere obiettivi, priorità operative e strategie di intervento, consolidando una collaborazione fondata sullo scambio di competenze e sulla costruzione di fiducia istituzionale. Per APOF, questa prima fase rappresenta l’inizio di un percorso di cooperazione sanitaria che mette al centro la diagnosi precoce e la qualità dei servizi, con l’obiettivo di contribuire concretamente alla tutela della salute delle donne malawiane.
Un impegno che prosegue nel segno della cooperazione tra professionisti, istituzioni e comunità locali, per costruire insieme sistemi sanitari più forti e inclusivi. A Chirundu, nello Mtendere Mission General Hospital, potenziare la diagnostica oncologica significa affrontare sfide tecniche, organizzative e umane. In questo racconto di missione, Federico Acciai, Coordinatore dei Laboratori di Patologi Oltre Frontiera, ripercorre le tappe di un intervento che ha reso operativo un nuovo strumento per la citologia, raccontando il valore del lavoro di squadra e della collaborazione con il personale locale. Il VIAGGIO La legge di Murphy non sbaglia mai: se qualcosa può andare storto, lo farà! Pronto per andare a prendere il treno direzione Malpensa, una notifica sullo smartphone mi regala la prima doccia fredda della missione: un incidente sulla linea e ritardi a tre cifre. Non resta che tentare l’impresa: attraversare la Pianura Padana nel traffico del venerdì pomeriggio, trovare parcheggio in aeroporto e arrivare in tempo per il check-in del mio volo per Lusaka, prima tappa di un viaggio che proseguirà via terra verso lo Mtendere Mission General Hospital di Chirundu. Parte così la mia seconda avventura da “capo missione”, mentre del numero totale di quelle affrontate come semplice volontario ho ormai perso il conto. Il mio miracolo di Natale arriva in anticipo: non solo riesco ad arrivare in tempo all’imbarco, ma trovo ad accogliermi il sorriso aperto e rassicurante di Federica, collega alla sua prima esperienza con APOF, che fin da subito mi contagia con il suo entusiasmo. Ad attenderci un compito all’apparenza semplice: installare una cappa chimica per la colorazione dei vetrini citologici e fare un breve training ai tecnici del laboratorio. L'ARRIVOCapisci di essere in un luogo amico anche dall’accoglienza che ricevi. Pensavamo di non trovare il Direttore dell’Ospedale, Brother Hippolytus (per tutti “Bro Hippo”), perché impegnato in un viaggio di lavoro, ma è rimasto ad aspettare il nostro arrivo per salutarci e rassicurarci: aveva già dato precise direttive allo staff per ottimizzare i pochi giorni disponibili. Insieme al Direttore Amministrativo, Benjamin Kazule, ai tecnici di laboratorio e ai colleghi elettricisti e idraulici concordiamo l’obiettivo: rendere operativa la cappa il prima possibile, così da dedicarci al training del personale locale. L’UNIONE FA LA FORZA: IMPREVISTI E SOLUZIONI CREATIVE Nei giorni successivi abbiamo avuto la conferma che se sei pronto al piano A, quasi mai le cose vanno come te l’aspetti. L’enorme cappa aspirante aveva bisogno di una collocazione adeguata: spazio sufficiente, una parete esterna, acqua corrente, scarico e rete elettrica. Identificato il locale che richiedeva meno interventi di ristrutturazione, ecco ricomparire la legge citata all’inizio: durante l’iter di trasferimento tra magazzino e stanza di destinazione quando ormai eravamo a solo pochi metri dal traguardo l’enorme cappa si incastra sotto la tettoia. Ma qui entra in gioco l’estro e la determinazione dei colleghi zambiani: senza grandi mezzi meccanici, ma quasi solo con la forza delle braccia, sono riusciti ad aggirare l’ostacolo e far entrare l’enorme “mostro d’acciaio” nel locale che, con ambizione e orgoglio, è stato subito ribattezzato Histology – Cytology. Da quel momento il resto è in discesa. L’obiettivo di vedere la cappa funzionare prima della nostra partenza è stato pienamente raggiunto. La stanza ha finalmente l’aspetto di un laboratorio di Citologia — con il potenziale di ospitare, in futuro, l’intera attrezzatura di Anatomia Patologica. La lezione di questi giorni è stata evidente: il lavoro di squadra è l’unica formula che funziona, ovunque ci si trovi, soprattutto quando si lavora nel cuore dell’Africa, tra difficoltà e ostacoli. E con un po’ di entusiasmo e una punta di fortuna, anche i miracoli possono accadere. GITA SULLO ZAMBESI Da “veterano”, non ho voluto perdere l’occasione di mostrare a Federica qualcosa in più dello Zambia oltre al laboratorio. Abbiamo quindi contattato Riccardo, vecchia conoscenza di APOF e proprietario di un lodge sullo Zambesi, che ci ha accompagnati in barca alla scoperta della fauna del grande fiume. Famigliole di ippopotami, coccodrilli mimetizzati sulla riva, uccelli di ogni specie e, tra tutti, la magnifica Aquila pescatrice dello Zambesi. Un’esperienza intensa, resa ancora più piacevole da un pranzo con cibi locali e una chiacchierata sulle avventure del posto. ARRIVEDERCIIn questi giorni la presenza di Federica è stata determinante. Ha tessuto relazioni con tutto il personale: dal laboratorio alla comunità ospedaliera. Il suo sorriso, il suo ottimismo e la sua esuberanza giovanile hanno più volte smussato il mio genetico pessimismo e spirito critico. Amica, collega, consigliera, folletto, vulcanica animatrice… grazie di tutto! È la diversità che ci arricchisce. Ancora una volta questa frase mi è apparsa come una scritta luminosa davanti agli occhi. Qui non si viene come custodi di verità, ma come compagni di viaggio disposti a condividere ciò che si ha nello zaino. A volte è solo seminare che conta — e i frutti, prima o poi, si vedono. Un ringraziamento va a tutti i colleghi dello Mtendere Mission General Hospital che ogni giorno mettono professionalità e competenze al servizio della lotta contro il carcinoma della cervice, ancora troppo diffuso in Zambia. E grazie anche ai tecnici e ai patologi volontari che ci hanno preceduto: è bello sentirli nominare con un sorriso di riconoscenza. Il terminal di Lusaka è grande, nuovo, lucente. I nostri zaini forse pesano più che alla partenza; forse i nostri cuori sono pieni dei visi e delle esperienze di quei giorni; forse la stanchezza copre per un attimo le emozioni.
Ma senti che, comunque, è solo un arrivederci. 1 dicembre 2025 — Federico Acciai Raccontare il mondo veicolando azioni concrete e buone pratiche di cambiamento: è questo il compito di quella che amo definire fotografia sociale. È questa la visione che sta alla base di Beyond Borders, il progetto fotografico con cui Giulio Di Meo ha raccontato l’esperienza di Patologi Oltre Frontiera nel Corno d’Africa, tra Gibuti e Somaliland. «Sono stato invitato da Vincenzo Stracca, fondatore e Presidente Onorario di Patologi Oltre Frontiera, a documentare i progetti dell’ONG. Ma oltre all’interesse per la regione — fragile, complessa, eppure centrale negli equilibri geopolitici — è stata l’energia contagiosa di Vincenzo a spingermi a partire», racconta Giulio. «Mi ha colpito la lucidità con cui parlava dell’urgenza di creare laboratori di patologia, dell’importanza della diagnosi tempestiva, del potenziale trasformativo della telepatologia. Uno strumento semplice, eppure capace di cambiare la vita, soprattutto dove l’accesso alle cure è un privilegio per pochi. Una diagnosi, anche a distanza, può cambiare il destino di una persona. Senza diagnosi non c’è prevenzione, e senza prevenzione non può esserci cura. Da questa consapevolezza è nato il mio desiderio di raccontare il loro lavoro. Perché la fotografia, oltre a documentare, può amplificare. Può accendere attenzione su pratiche virtuose spesso invisibili, può essere un ponte tra mondi lontani.» In Beyond Borders, Giulio ha scelto di costruire una narrazione visiva che andasse oltre la semplice documentazione. «Non mi sono limitato a fotografare ospedali e laboratori», spiega. «Volevo raccontare anche il tessuto sociale, la quotidianità fatta di sfide e speranze, la forza delle relazioni, la resilienza degli operatori sanitari, la dignità delle persone incontrate. Senza mai dimenticare le difficoltà materiali, la povertà strutturale, le crisi sanitarie e ambientali. A Gibuti, nella baraccopoli di Balbala, ho incontrato famiglie che vivono in case di lamiera, sotto un sole cocente, senza acqua corrente né elettricità. Eppure, anche lì, ho trovato comunità e dignità. In Somaliland, ho voluto raccontare la condizione dei profughi interni, persone in fuga da guerre e crisi climatiche, costrette a vivere in campi dove spesso manca tutto: cibo, acqua, cure. Le donne sono le più esposte a violenze e abusi. Cercare di restituire umanità e complessità, senza cadere nella retorica del dolore, è stato il mio modo per onorare le persone incontrate. E per offrire a chi guarda queste immagini una visione più profonda, più vera.» L’esperienza ha lasciato un segno profondo nel fotografo. «Ho toccato con mano le disuguaglianze che attraversano il mondo. Ma anche — ancora una volta — un’umanità straordinaria. Persone che si prendono cura le une delle altre, che lottano per migliorare le condizioni della propria comunità.» «Penso a Carlo e Miriam, due medici italiani che da quasi quarant’anni vivono in Africa. La loro storia è una delle tante che restituisce senso e speranza. Una storia che rende visibile ciò che spesso resta invisibile: l’impegno quotidiano, silenzioso, ma fondamentale. Come loro, non possiamo permetterci di voltare lo sguardo. Serve una coscienza collettiva. E la fotografia può essere ancora oggi uno strumento potente, capace di generare empatia, di avvicinare mondi lontani, di spingere all’azione.» Tra i molti scatti realizzati, uno in particolare rappresenta l’intero progetto. «È l’immagine di Ayanleh – il cui nome in somalo significa Fortunato - e Haaji. Lui è stato abbandonato alla nascita in un ospedale di Gibuti. Lei, un’anziana donna, lo ha salvato. Grazie anche a un programma per bambini malnutriti guidato dalla dottoressa Miriam Martinelli, oggi Ayanleh sta bene. Vive con Haaji, la donna che gli ha salvato la vita. E ora che lei ha quasi cent’anni, è lui a prendersi cura di lei. Quella foto mi emoziona profondamente. È molto più di un ritratto: è la sintesi visiva di tutto ciò che ho cercato di raccontare. La dignità nella fragilità, la forza delle relazioni umane, l’importanza del prendersi cura dell’altro.» Chi è Giulio Di Meo (www.giuliodimeo.it) Fotografo impegnato nel reportage e nella didattica, da oltre vent’anni promuove la fotografia come strumento di espressione e integrazione sociale. Ha condotto più di 200 workshop di fotografia sociale in Italia e all’estero, coinvolgendo bambini, adolescenti, migranti e persone con disabilità. È vicedirettore e photo editor della rivista Witness Journal. Tra i suoi libri fotografici: Pig Iron (2013), Sem Terra (2014), Il Deserto Intorno (2015), Anticorpi bolognesi (2020). Beyond Borders è disponibile per i sostenitori di Patologi Oltre Frontiera. Per maggiori info, scrivici a [email protected]
Chi segue il nostro lavoro sa che in 25 anni di attività abbiamo realizzato molti progetti che hanno avuto un impatto concreto sulla vita delle persone. Parliamo spesso di risultati tangibili, quantificabili: i laboratori costruiti, le competenze trasmesse, il numero di diagnosi effettuate. Ma ci siamo resi conto che, al ritorno da ogni missione, lasciavamo indietro qualcosa. I numeri, per quanto importanti, non bastano a raccontare la complessità, l’umanità, la vita che abbiamo visto scorrere negli occhi e nei volti delle persone che abbiamo incontrato. Per questo abbiamo deciso di affidarci a chi ha fatto delle immagini una ragione di vita. Grazie allo sguardo e alla sensibilità di Giulio Di Meo, quei luoghi e quei volti hanno ripreso vita sulla carta. È nato così Beyond Borders: A human and professional experience of an Italian NGO in the Horn of Africa – un libro fotografico edito da Pendragon che racconta, con profondità e rispetto, la realtà di Gibuti e Somaliland.
Due Paesi spesso dimenticati o rappresentati in modo distorto, ma che stanno costruendo – faticosamente – un futuro possibile. Le fotografie di Giulio Di Meo sono accompagnate dai testi di Vincenzo Stracca Pansa e Antonio Oleari, che approfondiscono gli aspetti geopolitici, sanitari e umani che ci hanno coinvolto, spesso toccato, durante la nostra lunga attività nella regione. Un libro nato dal campo, per restituire uno sguardo vero, umano e professionale. Ed è anche un modo per ringraziare chi sceglierà di sostenerci. Vogliamo cogliere l’occasione per ringraziare i nostri partner per il loro sostegno senza il quale la realizzazione del libro non sarebbe stata possibile: Gold Partner: Diapath, Leica Biosystems, Hospitex International Silver Partner: Bio-Optica, Logibiotech Strategic Partner: Siapec, Pathoxphere, WorldConnex Con profonda tristezza condividiamo un ricordo speciale del collega e amico Franco Bonetti. Franco ha lasciato un’impronta indelebile nella nostra associazione e in tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Il suo entusiasmo, la sua curiosità e la sua capacità di vivere ogni esperienza con leggerezza e passione rimarranno per sempre nel cuore di chi lo ha incontrato. "Franco Bonetti è stato tra i soci fondatori di Patologi oltre Frontiera. Era il 2001, l’inizio di una avventura che ha visto Franco sin da subito entusiasta e curioso di partecipare alla nascita di qualcosa di "strano" ma affascinante per lui, sempre fuori dagli schemi. L’anno seguente parte per il primo progetto, finanziato dalle Nazioni Unite, a Cuba. Nel lavorare insieme in una missione di cooperazione sanitaria ho avuto la possibilità di vedere la sua curiosità, il suo entusiasmo, la sua indiscutibile professionalità quasi nascosta da un atteggiamento volutamente giocoso e leggero. In pochi giorni era diventato l’idolo dell’ospedale di Bayamo. Ricordiamolo cosi, uno che non si accontentava di essere spettatore della vita, ma amava morderla, gustarla fino in fondo." Vincenzo Stracca, Presidente Onorario di Patologi oltre Frontiera
Cari amici, vogliamo augurarvi Buone Feste condividendo con voi una notizia che ci riempie di gioia. È con grande emozione, infatti, che vi comunichiamo il raggiungimento degli obiettivi che ci eravamo prefissati per il progetto a Hargeisa, in Somaliland, realizzato con il contributo di Otto per Mille Valdese, di Siapec-Iap (Società Italiana di Anatomia Patologica e Citologia Diagnostica) e della famiglia Carrara. La prima fase del progetto, 2018/2019, ci ha visti impegnati nell’installazione del Laboratorio di Anatomia Patologica e nell’avvio del percorso di training dei Tecnici locali. Le attrezzature sono state collaudate con successo e, insieme ai referenti locali del Hargeisa Group Hospital, abbiamo iniziato a pianificare il percorso didattico destinato al personale sanitario, programmato per il 2020. L’emergenza epidemiologica da Covid-19 ci ha costretti rimandare l’avvio della seconda fase progettuale, portando avanti le sole attività che potevano essere gestite in remoto (acquisto e spedizione di materiale consumabile integrativo e della strumentazione necessaria all’attivazione della postazione di Telepatologia). Finalmente, da maggio 2022 le missioni estere di training del personale sanitario locale sono state sbloccate e calendarizzate con regolarità. Tra maggio e dicembre 2022 sono state effettuate 9 missioni didattiche, che hanno visto la partecipazione di volontari APOF Patologi e Tecnici di Laboratorio. La qualità dei vetrini allestiti dal personale locale ha raggiunto un livello molto incoraggiante (già attualmente paragonabile a quello di un Laboratorio italiano). È stata inoltre completata l’installazione della postazione di Telepatologia, testata con successo e inaugurata alla presenza del Ministro della Salute del Somaliland e dei dirigenti del Hargeisa Group Hospital. Attualmente i nostri volontari ricevono già regolarmente casi per cui forniscono supporto diagnostico da remoto. Quello in Somaliland è l’esempio del modello progettuale che Associazione Patologi Oltre Frontiera ONG promuove, in cui le parti coinvolte collaborano alla pari per il raggiungimento degli stessi obiettivi. Oggi, il Laboratorio del Hargeisa Group Hospital potrebbe affermarsi come centro di riferimento per la diagnostica oncologica in Somaliland e il Direttore dei Laboratori sta lavorando per la stipula di accordi con le strutture sanitarie dell’area per l’invio di materiale biologico da analizzare. In virtù del clima di collaborazione e amicizia tra lo staff del HGH e Patologi Oltre Frontiera, è emersa la volontà di proseguire le attività oltre il termine del finanziamento del progetto. Ma per consolidare il lavoro svolto finora abbiamo bisogno del vostro sostegno! Il modo più efficace per sostenere i nostri progetti è attivare una donazione ricorrente: un piccolo gesto capace di generare un impatto notevole sulla loro qualità e continuità. Attivando una donazione ricorrente ci aiuterai ad ottimizzare le risorse, potendole gestire con maggiore autonomia ed efficacia e indirizzandole dove ce n'è più bisogno. Puoi unirti a noi anche iscrivendoti all’Associazione: in quanto socio, avrai la possibilità di partecipare attivamente alla vita associativa presentando proposte, partecipando alle assemblee e offrendoti come volontario per le nostre missioni all’estero e per le attività di Telepatologia. Farai la tua parte con i Patologi oltre Frontiera: ancora, dopo venti anni dalla sua creazione, l'unica ONG al mondo costituita esclusivamente da Patologi e Tecnici di Anatomia Patologica che opera nei Paesi in Via di Sviluppo. Come ogni Natale, il nostro augurio è che l’accesso alla completa assistenza, alla diagnosi precoce e a cure mediche adeguate sia un diritto di tutti e non un privilegio per pochi. Buone Feste! Le foto pubblicate in questo articolo sono state realizzate da Giulio di Meo.
Non mi sarà facile accettare il pensiero che Tino non c'è più.
Non ho dubbi che senza Tino l'idea di creare un gruppo di patologi italiani dedicato ai “Paesi in via di sviluppo” sarebbe rimasta solo una bella idea, destinata come tante ad affollare il paradiso delle idee. La sua spinta creativa, la capacità di convincere anche gli scettici del valore dei nostri progetti, la gentilezza e generosità mascherate da una finta, ironica burbera durezza: una macchina da guerra del “fare” a cui tutti noi ci affidavamo, a volte increduli davanti al suo osare anche le cose più temerarie e visionarie. Alcune, fortunate volte una strana alchimia lega persone molto diverse. Tra Tino e me c'era questo stupore di un'amicizia senza nessun interesse se non quello di coltivare una passione comune. Cosa farebbe Tino: anche quando per forza di cose lui ultimamente non poteva partecipare alle nostre riunioni era un pensiero che veniva spontaneo. Tirare fuori una soluzione era una sua specialità, per quanto ardita a prima vista potesse sembrare. Venti anni insieme, lontani o vicini ma sempre presenti l'uno all'altro. Non sarà facile. Ciao Tino. Vincenzo Stracca Pansa Presidente Onorario APOF ONG La scorsa notte Agostino Faravelli ci ha lasciati.
Da tutti conosciuto come Tino, è stato primario di Anatomia Patologica all'Ospedale di Desio, socio fondatore e Vicepresidente per tanti anni di Patologi Oltre Frontiera. Per APOF è stato un pilastro, ha lavorato con l’entusiasmo e la determinazione che lo distinguevano per la promozione di tanti progetti ed iniziative, sempre guidato dal suo impegno affinché la salute fosse un bene di tutti. È stato il primo ad avere l’idea visionaria e rivoluzionaria della Telepatologia per la diagnosi anatomopatologica a distanza a favore dei Paesi in via di sviluppo. La prima stazione di Telepatologia via satellite è stata da lui installata a Chirundu, in Zambia, nel 2006, quando, ancora in Italia e in Europa, scanner, vetrini digitali, telediagnosi erano oggetti praticamente sconosciuti. È stato un formidabile comunicatore. Tutti noi ricordiamo le sue interviste a Rai radio 3, il servizio di Piero Angela su Superquark, il bellissimo spot di Bruno Bozzetto, i documentari di Giovanni Pitscheider. Tutti frutti del suo lavoro, della sua volontà di aggiungere valore alle nostre azioni Sua anche l’idea di portare in Europa le nostre idee di cooperazione, contribuendo a creare relazioni con varie Società scientifiche di Anatomia Patologica: Spagna, Svizzera e anche la Società Europea. Insomma per APOF è stato tante cose, e soprattutto un amico, sempre generoso, ma anche pronto a ragionare, a valutare criticamente, insomma ad impegnarsi senza risparmio e reticenze. Non è retorico dire che ci mancherà APOF Il Presidente Il Direttivo I Soci tutti
NOTE DI CONTESTO
IL CARCINOMA DELLA CERVICE UTERINA
I PROGETTI DI PATOLOGI OLTRE FRONTIERA IN ZAMBIA
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