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A Chirundu, nello Mtendere Mission General Hospital, potenziare la diagnostica oncologica significa affrontare sfide tecniche, organizzative e umane. In questo racconto di missione, Federico Acciai, Coordinatore dei Laboratori di Patologi Oltre Frontiera, ripercorre le tappe di un intervento che ha reso operativo un nuovo strumento per la citologia, raccontando il valore del lavoro di squadra e della collaborazione con il personale locale. Il VIAGGIO La legge di Murphy non sbaglia mai: se qualcosa può andare storto, lo farà! Pronto per andare a prendere il treno direzione Malpensa, una notifica sullo smartphone mi regala la prima doccia fredda della missione: un incidente sulla linea e ritardi a tre cifre. Non resta che tentare l’impresa: attraversare la Pianura Padana nel traffico del venerdì pomeriggio, trovare parcheggio in aeroporto e arrivare in tempo per il check-in del mio volo per Lusaka, prima tappa di un viaggio che proseguirà via terra verso lo Mtendere Mission General Hospital di Chirundu. Parte così la mia seconda avventura da “capo missione”, mentre del numero totale di quelle affrontate come semplice volontario ho ormai perso il conto. Il mio miracolo di Natale arriva in anticipo: non solo riesco ad arrivare in tempo all’imbarco, ma trovo ad accogliermi il sorriso aperto e rassicurante di Federica, collega alla sua prima esperienza con APOF, che fin da subito mi contagia con il suo entusiasmo. Ad attenderci un compito all’apparenza semplice: installare una cappa chimica per la colorazione dei vetrini citologici e fare un breve training ai tecnici del laboratorio. L'ARRIVOCapisci di essere in un luogo amico anche dall’accoglienza che ricevi. Pensavamo di non trovare il Direttore dell’Ospedale, Brother Hippolytus (per tutti “Bro Hippo”), perché impegnato in un viaggio di lavoro, ma è rimasto ad aspettare il nostro arrivo per salutarci e rassicurarci: aveva già dato precise direttive allo staff per ottimizzare i pochi giorni disponibili. Insieme al Direttore Amministrativo, Benjamin Kazule, ai tecnici di laboratorio e ai colleghi elettricisti e idraulici concordiamo l’obiettivo: rendere operativa la cappa il prima possibile, così da dedicarci al training del personale locale. L’UNIONE FA LA FORZA: IMPREVISTI E SOLUZIONI CREATIVE Nei giorni successivi abbiamo avuto la conferma che se sei pronto al piano A, quasi mai le cose vanno come te l’aspetti. L’enorme cappa aspirante aveva bisogno di una collocazione adeguata: spazio sufficiente, una parete esterna, acqua corrente, scarico e rete elettrica. Identificato il locale che richiedeva meno interventi di ristrutturazione, ecco ricomparire la legge citata all’inizio: durante l’iter di trasferimento tra magazzino e stanza di destinazione quando ormai eravamo a solo pochi metri dal traguardo l’enorme cappa si incastra sotto la tettoia. Ma qui entra in gioco l’estro e la determinazione dei colleghi zambiani: senza grandi mezzi meccanici, ma quasi solo con la forza delle braccia, sono riusciti ad aggirare l’ostacolo e far entrare l’enorme “mostro d’acciaio” nel locale che, con ambizione e orgoglio, è stato subito ribattezzato Histology – Cytology. Da quel momento il resto è in discesa. L’obiettivo di vedere la cappa funzionare prima della nostra partenza è stato pienamente raggiunto. La stanza ha finalmente l’aspetto di un laboratorio di Citologia — con il potenziale di ospitare, in futuro, l’intera attrezzatura di Anatomia Patologica. La lezione di questi giorni è stata evidente: il lavoro di squadra è l’unica formula che funziona, ovunque ci si trovi, soprattutto quando si lavora nel cuore dell’Africa, tra difficoltà e ostacoli. E con un po’ di entusiasmo e una punta di fortuna, anche i miracoli possono accadere. GITA SULLO ZAMBESI Da “veterano”, non ho voluto perdere l’occasione di mostrare a Federica qualcosa in più dello Zambia oltre al laboratorio. Abbiamo quindi contattato Riccardo, vecchia conoscenza di APOF e proprietario di un lodge sullo Zambesi, che ci ha accompagnati in barca alla scoperta della fauna del grande fiume. Famigliole di ippopotami, coccodrilli mimetizzati sulla riva, uccelli di ogni specie e, tra tutti, la magnifica Aquila pescatrice dello Zambesi. Un’esperienza intensa, resa ancora più piacevole da un pranzo con cibi locali e una chiacchierata sulle avventure del posto. ARRIVEDERCIIn questi giorni la presenza di Federica è stata determinante. Ha tessuto relazioni con tutto il personale: dal laboratorio alla comunità ospedaliera. Il suo sorriso, il suo ottimismo e la sua esuberanza giovanile hanno più volte smussato il mio genetico pessimismo e spirito critico. Amica, collega, consigliera, folletto, vulcanica animatrice… grazie di tutto! È la diversità che ci arricchisce. Ancora una volta questa frase mi è apparsa come una scritta luminosa davanti agli occhi. Qui non si viene come custodi di verità, ma come compagni di viaggio disposti a condividere ciò che si ha nello zaino. A volte è solo seminare che conta — e i frutti, prima o poi, si vedono. Un ringraziamento va a tutti i colleghi dello Mtendere Mission General Hospital che ogni giorno mettono professionalità e competenze al servizio della lotta contro il carcinoma della cervice, ancora troppo diffuso in Zambia. E grazie anche ai tecnici e ai patologi volontari che ci hanno preceduto: è bello sentirli nominare con un sorriso di riconoscenza. Il terminal di Lusaka è grande, nuovo, lucente. I nostri zaini forse pesano più che alla partenza; forse i nostri cuori sono pieni dei visi e delle esperienze di quei giorni; forse la stanchezza copre per un attimo le emozioni.
Ma senti che, comunque, è solo un arrivederci. 1 dicembre 2025 — Federico Acciai
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